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GLI
UOMINI DELLA NEVE
di Alessandro Bottacci
Apro il frigorifero
in cerca di qualcosa da bere; fuori fa un caldo bestiale e un po' di the freddo
è quello che ci vuole per togliersi la sete. All'interno c'è una tale confusione
da rendere difficile la distinzione tra gli oggetti presenti: foglie di sedano
che spuntano da una coscia lessa di pollo; un barattolo di acciughine ha un'aria
decisamente invitante, c'è ancora mezzo popone che mollemente adagiato lì accanto,
spande il suo profumo riempiendo tutti i ripiani. Dovrei decidermi a riordinare
tutto ma la voglia di farlo si nasconde tra le cibarie e non riesco mai a trovarla.
Mentre resto fermo davanti alla luce misteriosa che emana dal frigo, la mente
inizia a camminare per i propri sentieri, allontanandosi piano piano da quella
immagine e materializzando figure di uomini curvi sotto misteriosi carichi coperti
di iuta. Una sensazione di freddo mi riempie la mano. Senza volerlo ho toccato
il ghiaccio che ormai esce sfacciatamente dal cassetto superiore che attende
da mesi di essere sbrinato. Il ghiaccio, ecco! Quasi insensibilmente l'immagine
degli uomini con i carichi avvolti nella iuta si riforma ancora più viva mentre
con le mani apro uno di quei pacchi, mettendo a nudo il loro contenuto traslucido.
Sono blocchi di ghiaccio che quegli uomini stanno caricando su dei carri. Uno
di loro mi vede e, un po' alterato, mi grida: "Ricopri subito quella barra,
prima che inizi asciogliersi!". Decisamente imbarazzato mi scuso e sconcertato
per il suo modo di fare ma anche incuriosito dalla stranezza della situazione
mi avvicino e balbetto: "Veramente ho aperto il frigo per prendere un po' di
the freddo e poi, senza sapere come, mi sono trovato qui con voi. Ma chi siete?".
Il primo uomo mi guarda con aria compassionevole e poi si rivolge al compagno.
"Te l'avevo detto che nel giro di pochi anni si sarebbero tutti scordati di
noi. E tu che non ci credevi, quando ti dicevo che ci avrebbe cancellato anche
dalla memoria della gente". A quel punto il secondo poggia sul carro il blocco
che teneva sulla spalla e si ferma al mio fianco. "Dai, siediti che ti raccontiamo
una storia che forse non hai mai sentito". I due uomini si sistemano su un muretto
in pietra ed io mi siedo per terra mentre stanno già iniziando a parlare. "Vedi,
noi siamo quelli che un tempo chiamavano gli uomini della neve o uomini bianchi.
Ormai non esistiamo più ma per tanti anni, prima che inventassero le macchine
per fare il ghiaccio la conservazione dei cibi era fatta col ghiaccio fatto
da noi in montagna". La cosa mi incuriosisce e, sistemandomi più comodamente,
chiedo di spiegarmi tutto il procedimento. Il primo uomo si accende un sigaro
e, dopo aver tirato due vigorose boccate dice: "Bene, bene. Vedo che sei un
tipo curioso. Allora ascolta con attenzione perché la gente come noi non è abituata
a fare tante chiacchiere. "Durante l'inverno capita spesso che le cime più alte
dell'appennino siano imbiancate dalla neve, che ricopre ogni cosa. Quando però
la temperatura torna ad alzarsi, lentamente la neve si trasforma in acqua e
scompare. Solo in qualche punto: in una zona più fredda o in un'area sempre
in ombra la neve non si scioglie, restando lì fino all'inizio dell'estate. Chi
cominciò il nostro mestiere si accorse che, se avesse preparato delle buche
profonde in queste zone e vi avesse pressato la neve man mano che questa scendeva
dal cielo, avrebbe ottenuto una massa compatta di ghiaccio, capace di resistere
anche nel il periodo più caldo. Fu così che nacquero le "buche della neve",
delle quali trovi il ricordo in qualche nome scritto sulle carte topografiche.
Il racconto diventa interessante il secondo "uomo della neve" si rincantuccia
dentro il giubbone bagnato e si passa una pezzuola faccia per asciugare l'acqua
che gli cola dai capelli inzuppati. In quel momento gli osservo le mani e rimango
stupito dalla deformazione delle dita e dall'abnorme gonfiore in corrispondenza
delle nocche. Non ci vuole molto per capire che quelle sono il frutto dell'azione
combinata di fatica e artrosi deformante. Ho ancora gli occhi puntati sulle
sue mani quando il secondo uomo riprende a parlare. "Non sempre il ghiaccio
era fatto nelle buche della neve. Qualche volta si utilizzavano, come nel caso
di Vallombrosa, vasche in pietra che, nella buona stagione venivano usati come
serbatoi per l'irrigazione o per l'allevamento delle trote. Il ghiaccio ottenuto
veniva poi tagliato in blocchi come quelli che hai visto caricare sul carro
e stivato nelle ghiacciaie in mezzo alla segatura. Agli inizi queste erano delle
semplici grotte fredde nelle quali non entrava mai il calore della bella stagione.
Se vai alla Beccia, sotto il Santuario della Verna, fai due passi nel bellissimo
bosco di faggio e troverai un anfratto tra le rocce che serviva proprio a questo.
Successivamente si costruirono delle vere e proprie ghiacciaie in muratura.
La loro forma era generalmente circolare ed erano in parte sotto terra ed in
parte fuori. I muri erano molto grossi, la mancanza di finestre e l'ombra degli
alberi piantati intorno, permettevano di conservare i blocchi di ghiaccio anche
per più di un anno. A questo punto l'altro, ancora gustandosi quel pestilenziale
sigaro, interviene dicendo la sua. "Sai che molti anni fa ho lavorato a Montesenario.
Lì si che c'era una ghiacciaia enorme; entrarci dentro era un po' come scendere
in un inferno freddissimo e buio. Del resto molto del ghiaccio usato a Firenze
proveniva da quella zona. Qui a Vallombrosa invece, come puoi vedere tu stesso,
la ghiacciaia è piccola e mezza nascosta sotto la vasca, adatta alle necessità
del monastero. "Poi inventarono le macchine per fare il ghiaccio in ogni situazione
ed in ogni stagione ed il nostro lavoro finì. Noi siamo rimasti qui ad aspettare
qualcuno a cui raccontare questa storia. Ora che sei arrivato e ci hai ascoltato
con tanta attenzione, non ci resta che finire di caricare il carretto e andarcene
per la nostra strada. Li ho visti alzarsi in silenzio e, con un bel sorriso
sulle labbra, incamminarsi a passo lento verso la valle, dopo aver battuto le
loro mani vigorose e contorte sulla mia spalla. Non erano ancora scomparsi in
mezzo al bosco che la voce di Giulia mi ha fatto sobbalzare. Dal salotto mi
urlava: "Ma questo the sei andato a prenderlo in montagna?!".
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