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PIANTE
DA CACCIA:
IL SORBO
DEGLI UCCELLATORI ED IL VISCHIO
di Alessandro Bottacci
Se mio nonno mi potesse vedere adesso quando, con maglione di
lana e scarponi, giro per monti e per stagni col binocolo al collo e la macchina
fotografica pronta, credo che non mi riconoscerebbe neanche. Lui, il più
grande cacciatore del Pratomagno, l'appassionato di fucili, l'esperto di ogni
tipo di caccia, non avrebbe mai immaginato che il suo nipote preferito, cui
aveva insegnato tante astuzie dell'arte venatoria, avrebbe sfruttato tutte quelle
conoscenze non per uccidere ma per fotografare ogni genere di volatile.
E cosa penserebbero i direttori delle riviste di natura, che pagano profumatamente
i miei servizi fotografici, se sapessero che in casa ho un vero e proprio arsenale
di armi da caccia, eredità del mio antenato, per conservare il quale
sono stato costretto addirittura a prendere il porto d'armi, anche se non so
neanche come si fa per caricare un fucile.
Eppure, se ci pensiamo bene, la vita trascorre tra queste incoerenze, talvolta
reali, talvolta apparenti: il figlio del mafioso che sceglie la strada dell'onestà;
la prostituta che sogna un uomo da amare, il nipote dell'incallito cacciatore
che si guadagna da vivere realizzando servizi fotografici su aquile reali, garzette,
luì o martin pescatori. Il destino traccia invisibili reti di sentieri
e noi, più o meno inconsciamente, le percorriamo senza sapere quale sarà
realmente la nostra meta finale.
Sono due ore che aspetto sul limitare della palude che una coppia di cavalieri
d'Italia si avvicini per riprenderla durante il corteggiamento ed il pensiero,
lasciato libero dalla stasi dell'attesa, ha ripercorso i giorni della mia infanzia
trascorsi col nonno su e giù per i noti sentieri del bosco. Immagini
di quel tempo mi sono passate davanti con lo stesso nitore e la medesima lucentezza
di quando le ho vissute realmente. Anche le parole si sono vestite di una sonorità
fresca, come nel momento in cui furono pronunciate.
La fierezza dello sguardo, accentuata da due baffi maestosi, si stemperava
in un sorriso bonario ogni volta che mi parlava degli uccelli. Appoggiato ad
un querciolo e col fucile sempre in spalla mi diceva: "Vedi Alberto la
caccia richiede passione altrimenti perde tutto il suo fascino".
Si inquietava solo quando gli chiedevo come si sarebbe sentito se fossero stati
gli uccelli a cercarlo tutto il giorno per sparargli una fucilata. Si arricciava
il baffo destro e, con le folte sopracciglia paurosamente ingrottate, mi guardava
senza dire una parola. Bastava quello sguardo a fermare le mie parole ma non
il mio pensiero e, dentro di me, divenivo sempre più convinto che gli
uccelli stavano meglio in cielo che nello spiedo.
Nonostante che la comune passione per gli animali selvatici si manifestasse
in me ed in mio nonno in modi completamente diversi, aspettavo con ansia quelle
mattine di caccia. Mi alzavo quando fuori era ancora buio, svegliato dal suo
tocco leggero, e mi vestivo in tutta fretta, con gli occhi che stentavano ad
aprirsi. Quando uscivamo, la bruma, non ancora scacciata dal sole, aleggiava
a mezz'aria rendendo più affascinante la nascita del nuovo giorno.
Si camminava fino al capanno in assi di legno ricoperte da rami di quercia
e da ginestre, proprio di fronte alla pozza del Carletti. Una volta entrati
mio nonno disponeva i fucili carichi e si metteva a sedere su un asse consunta
che fungeva da panca. Io mi sistemavo accanto a lui e lo riempivo di domande,
alle quali rispondeva sempre con lunghi racconti farciti da una buona dose di
invenzioni fantasiose.
Una volta mi chiese: "Sai che anche le piante possono aiutare il cacciatore?".
Lo guardai un po' meravigliato e lui riprese: "Lo so che sembra strano
ma il cacciatore può cacciare anche senza fucile". E cominciò
a parlarmi del vischio. "Quando ero piccolo si andava a prendere le bacche
di questa pianta sui rami di quercia e di pioppo, arrampicandosi fino alla parte
più alta della chioma. Una volta raccolta una buona quantità si
prendeva una pentola vecchia e, a fuoco lento, si facevano bollire dopo averle
schiacciate."
"E poi le mangiavate?" chiedevo io, che ero fin da allora molto interessato
al contenuto delle pentole. "Ma no!" rispondeva il nonno divertito,
"Quella poltiglia diventava una colla micidiale, difficile anche da togliersi
dalle mani". "Nonno" riprendevo io, "ma cosa c'entra la
colla con la caccia".
"C'entra, c'entra. Anzi c'entrava, perché oggi, per fortuna, tutto
questo è proibito. Detto tra noi, caro Alberto, non amavo quel modo di
cacciare. Mi sembrava troppo sleale e crudele."
"Ma come si può cacciare con la colla di vischio?" chiedevo
impaziente. "Semplice. Si usava un attrezzo simile ad un ombrello rovesciato,
detto "il diavolaccio". Le stecche di questo 'ombrello' erano collegate
da spaghi intrisi di colla di vischio. Si andava di notte sotto gli alberi e
con una canna si battevano i rami, svegliando tutti gli uccelli che vi dormivano
sopra. Questi iniziavano a volare da ogni parte fino a posarsi sui fili del
diavolaccio, attratti dalla luce di una lanterna che tenevamo lì vicino.
Una volta giunti sui fili per loro non c'era più scampo: rimanevano presi
dalla colla e non potevano più volar via. Ne catturavamo a decine per
volta".
Io rimanevo inorridito a pensare a tutti questi animali che battevano le ali
nel tentativo di liberarsi e pensavo a quanto fosse più bello e leggero
il loro volo nella libertà del cielo.
A settembre, invece, era l'epoca del passo. Nelle limpide giornate di inizio
autunno salivamo i sentieri che si scioglievano lenti in mezzo ai castagneti
fino a raggiungere il valico dove l'uomo ed il vento avevano spazzato via i
faggi. Il verde delle foglie resisteva ancora al destino che le avrebbe imbrunite
di lì a poco, ma nel bosco macchie di rosso vivace si vedevano qua e
là come grani di corallo. Erano i frutti del sorbo.
Fu proprio in una mattina di settembre che, salendo verso il passo del Faggio
Vecchio, mio nonno mi raccontò perché a quella pianta era stato
dato il nome di sorbo degli uccellatori. Seduto su un masso d'arenaria che si
protendeva verso la valle, con gli occhi seguivo il contorno dei monti all'orizzonte
e con gli orecchi ascoltavo la sua voce che diceva:
"Sul finire dell'estate, i grappoli di rosse bacche divengono il cibo
più ricercato dagli uccelli. Si preparano a lasciare le nostre montagne
ed hanno bisogno di nutrirsi per affrontare il lungo viaggio verso sud. A stormi
si gettano sugli alberi e ne colgono i frutti ad uno ad uno. Attratti dal colore
vivo e dal buon sapore e presi da quella inspiegabile frenesia che precede la
migrazione, non si curano di altro se non di inghiottirne il più possibile.
Un po' come quando un uomo si innamora e la donna amata riempie tutti i suoi
pensieri. Ma, come nell'amore, anche qui la trappola è sempre pronta
a scattare".
Ricordo bene che i suoi occhi vivi mi guardavano per capire se sapevo già,
a sedici anni, cosa fosse l'amore. Poi proseguiva:
"Era proprio su questa cieca attrazione che giocavano dagli uccellatori
. Nei giorni del passo costruivano dei sistemi di reti nelle radure vicine ai
sorbi (nati spontaneamente o piantati dagli stessi cacciatori) che diventavano
trappole micidiali. Questi posti erano chiamati paretai perché le reti
tirate da un albero ad un altro o tenute su con pali di legno, formavano delle
vere e proprie pareti. Quando uno stormo di uccelli arrivava nella radura per
cibarsi delle sorbe, non c'era scampo. Nelle maglie rimanevano centinaia di
volatili che sbattendo freneticamente le ali nel tentativo di liberarsi, restavano
sempre più imprigionati fino a morire. Era una strage, non un caccia;
una usanza molto antica che aveva conservato in sé la crudeltà
della sua origine".
Il volto di mio nonno si faceva di nuovo teso, come dopo il racconto del vischio:
era un cacciatore ma non amava la slealtà e l'esagerazione ed in fondo
stava un po' dalla parte degli uccelli. Si toccava i baffi con la mano aperta,
quasi a mandar via quelle immagini evocate dalle sue parole, beveva un sorso
di vino dalla borraccia di alluminio ammaccata e mi diceva col fucile sulle
spalle:
"Dai Alberto, cammina! Dobbiamo arrivare al capanno, prima che faccia
troppo caldo."
Io lo seguivo e maturavo sempre più dentro di me la decisione che non
sarei mai diventato un cacciatore.
Un fruscio nel canneto, attraversato da un refolo di vento, mi trasporta alla
realtà. Sento di nuovo l'odore dell'acqua ferma nella quale steli e foglie
stanno marcendo. Lontano una coppia di uccelli neri con le zampe arancioni,
protese oltre la coda, si muove a pelo d'acqua in un volo lento e armonioso.
Sono loro, i Cavalieri d'Italia che aspettavo.
Forza amici miei, iniziate il vostro corteggiamento e state tranquilli: qui
non ci sono piante ingannatrici né uomini che vi vogliono uccidere.
Ci siamo solo voi, io ed il silenzio della palude.
1 Cacciatori che impiegano come strumento venatorio le reti invece che
le armi da fuoco
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