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IL CASTAGNO
UN ALBERO, UNA CIVILTA'.
di Alessandro Bottacci
L'autunno è per il bosco
la stagione dei colori intensi, delle migrazioni, della pioggia, ma è anche
l'epoca del castagno. Allora, guardando i castagneti del Pratomagno cambiare
piano piano il loro colore verde scuro in tutte le tonalità dal giallo vivo
al marrone, non posso fare a meno di pensare a quanto sia stata importante questa
specie per noi che vivevamo nei piccoli paesi di montagna. Oggi la castagna
è uno sfizio, talvolta anche caro, ma allora era la base della nostra alimentazione,
come l'albero che la produceva era alla base della nostra società. Tanti anni
fa, un professore di Firenze, mi sembra si chiamasse Gellini, mi disse una frase
che mi è rimasta impressa nella mente per la sua veridicità: "Il castagno è
stato per le popolazioni dell'Appennino come la foca per gli Esquimesi". Niente
di più vero. Prima che, con la scoperta dell'America, arrivassero da noi la
patata ed il mais, sarebbe stato impossibile vivere sui monti senza questa preziosa
pianta. Ho sentito dire che la sua diffusione in Italia sia dovuta addirittura
agli antichi Romani, che la importarono dall'Asia minore. Loro che erano molto
attenti a queste cose capirono subito l'importanza del castagno per la colonizzazione
delle aree montane. Il castagno ci serviva per tante cose ma soprattutto per
mangiare. Quando ad ottobre i frutti erano maturi, si andava nei castagneti
e, aiutandosi con una lunga pertica (naturalmente di castagno), si battevano
le castagne per farle cadere. Con dei rastrelli di legno di castagno si raccoglievano
i ricci ancora da aprire e si riunivano per conservarli meglio; poi si aprivano
separando la castagna dall'involucro spinoso. Le castagne così ottenute si mangiavano
arrostite oppure bollite; queste ultime (le ballotte) erano una prelibatezza
per noi ragazzi ed i pochi che andavano a scuola se ne riempivano le tasche
per scaldarsi le mani durante il tragitto. Non pensate però che il nostro cibo
fossero le castagne in se; quasi tutta la produzione veniva trasformata in farina
dolce, quella sì che era il nostro alimento principale. I frutti venivano portati
nei seccatoi (che noi chiamavamo metati). Questi erano costruzioni in pietra
con un solaio in legno che le divideva a metà. Di sopra si stendevano le castagne
e di sotto si faceva il fuoco per tre o quattro giorni. Che affumicate! Per
scaldarsi e per controllare che il fuoco non si spegnesse o si propagasse al
solaio di legno, si stava nella parte superiore insieme alle castagne. Alla
fine molti di noi erano irriconoscibili, tanto erano neri e affumicati. Una
volta seccate le castagne erano portate al mulino, quello vicino al torrente
che macinava a forza idraulica. Non c'erano ancora automobili o furgoni ed il
trasporto avveniva con i muli: ogni carico (soma) pesava ottanta chili. Poveri
animali, con quelle balle pesanti salivano e scendevano tutto il giorno lungo
i sentieri sconnessi dai metati ai mulini. Poveri animali ma anche poveri noi
che non facevamo certo una vita migliore. Le castagne seccate erano poi sgusciate
con degli appositi zoccoli, dalla suola dei quali spuntavano lunghi chiodi appuntiti,;
sembravano quasi uno strumento di tortura che penetrava nel mucchi dei frutti
con un secco rumore. Era un lavoraccio ma alla fine si poteva dare la via alle
macine ed iniziare ad insaccare la farina. I mulini in quel periodo lavoravano
giorno e notte perché le castagne da macinare erano veramente tante. Una volta
ho visto una famiglia di Montemignaio macinare venti some che, castagna più
castagna meno, corrispondevano a sedici quintali di farina. Se poi calcoliamo
che con un chilo di farina si ottengono due chili di polenta, quella famiglia,
anche se numerosa, si mangiava in un anno trecentoventi chili di pattona! La
farina dolce si imballava e si conservava con cura, asciutta e ben chiusa per
evitare che si "intignolasse", che fosse cioè attaccata dalle larve di piccoli
insetti che ne erano ghiotti. Si mangiava polenta di castagne a colazione, a
pranzo e a cena e, solo nelle occasioni importanti, se ne facevano dolci come
il castagnaccio, i "necci" (crêpes di farina dolce) o le frittelle (sommommoli).
Talvolta le nonne mettevano un po' di farina nei ditali da cucire e li mettevano
nella brace del focolare per poi offrirli a noi ragazzi che, te lo giuro, li
consideravamo come un giulebbe. Quando qualcuno si lamentava per la monotonia
del menù, la risposta immancabile era solo una: "O che tu pianga o che tu mugoli,
l'è pan di legno e vin di nugoli". Intendendo per "pan di legno" (il pane che
vien dall'albero) la pattona e per "vin di nugoli" (il vino che viene dalle
nuvole) la pura acqua di fonte. Il castagno, come ti ho già detto, serviva anche
per tante altre cose. Gli attrezzi che si usavano nei lavori della campagna,
le travi delle case, i solai, le porte, le finestre, i tavoli, le sedie, tutto
era costruito in legno di castagno. Pensa che in certi posti alla nascita di
un bambino c'era l'usanza di innestare alcuni castagni con varietà di rapida
crescita per poi ricavarne il legno per il mobilio al momento del suo matrimonio.
Altri tempi dirai, ma in quella situazione non ci potevamo permettere di sprecare
nulla ed in verità del castagno non si buttava via nulla; come accadeva anche
per il maiale ( ma questa è un'altra storia). Pensa che si usavano addirittura
le foglie. Queste venivano riunite in mazzetti e servivano per integrare l'alimentazione
degli animali domestici durante il periodo invernale. Sempre con le foglie si
facevano le imbottiture dei sacconi che servivano da materassi (in certi casi
si usavano anche le felci o le foglie di granturco), lo strame delle stalle
ed il fertilizzante. A dirlo oggi sembra quasi impossibile. Foglie e ricchi
erano riuniti in mucchi e, dopo essere stati ricoperti di terra, erano bruciati
lentamente. Dopo un po' di tempo terra e cenere venivano mescolate e sparse
nei campi prima della semina dell'orzo, del grano o del miglio. Le zone dove
si facevano queste operazioni erano chiamate "fornelli" e se giri per le nostre
montagne puoi ancora incontrare delle frazioni che portano questo nome. Purtroppo
(o per fortuna, non so) nel dopoguerra arrivò il cancro del castagno e per la
nostra economia povera e chiusa fu un duro colpo. Chi non se n'era già andato,
fu costretto a scendere a valle in quell'occasione. Nel giro di pochi anni i
poderi più disagiati furono abbandonati ed i castagneti, devastati dalla malattia,
tagliati per fare legna da ardere. Così è svanito quel mondo duro, difficile
ma anche affascinante che, senza presunzione, potrei chiamare "la civiltà del
castagno". E' per questo che ti ho raccontato questa storia, perché d'ora in
poi, guardando i castagni indorarsi d'autunno tu sappia quanta vita c'è stata
intorno ai loro maestosi tronchi.
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